In passato vi parlai di Anna Karenina. A dicembre, sono tornata sul luogo del delitto e ho ritrovato il caro, vecchio Tolstoj. Holden Caufield ha ragione: ci sono degli scrittori che vorresti fossero tuoi amici per sentirli di tanto in tanto. Forse sarà stato un tantino greve come uomo, ma un pomeriggio con Lev io lo passerei più che volentieri. Sono stata fortunata a iniziare Guerra e pace proprio laddove inizia, ovvero in Polonia. Mentre ero nella mia stanzetta riscaldata, là fuori, lontano chilometri e secoli, migliaia di uomini marciavano al freddo in quella che rimarrà sempre una delle campagne di guerra più famose della storia umana.

Sicuramente, Guerra e pace è conosciuto come sinonimo di pesantezza e noia e non posso dare torto a chi abbandona la lettura o proprio nemmeno la comincia mai. I momenti dei consigli di guerra e alcune riflessioni fataliste di Tolstoj sono propedeutiche al sonno e al riposino quotidiano, ma devo dissentire in gran parte. In generale, infatti, il romanzo non può annoiare perché è così ricco di spunti, di colpi di scena e di punti di vista alternati fra i vari personaggi, che costringe il lettore a voler scoprire che cosa succede dopo. In primis, non capisco come nessuno lo abbia mai notato: le scene di guerra sembrano tratte da Apocalypse Now, solo che al posto degli americani ci sono i russi (molto ironico, non trovate?) e i francesi invece dei vietcong; polacchi e austriaci ricoprono ruoli non esattamente gloriosi, ma di aiutanti e vittime di secondo piano.

Che sia un romanzo universale, che contiene tutto quanto il lettore desideri, è cosa nota e vera. Tolstoj è spesso ironico, soprattutto per mostrare vizi e follie dell’aristocrazia, e già conoscevo quanto fosse ineguagliabile nel rappresentare le emozioni, con una particolare attenzione per quelle tragiche e immense, come l’amore, l’odio e la crisi interiore. L’alto numero dei personaggi e delle loro relazioni è gestito come solo un maestro è in grado di fare e, nella norma, i russi sono dannatamente capaci in questo. Avrete quindi una variegata scelta di gente da conoscere e fra cui scegliere per eleggere il vostro favorito: i dissoluti e arrivisti Kuragin, capeggiati dal principe Vasillij e degnamente rappresentati dai fratelli Hélène e Anatole, tra cui si suppone pure una relazione incestuosa; i Rostov, una famiglia particolarmente numerosa tra cui vale la pena citare il debole pater familias Il’ja, sua moglie la contessa Natal’ja, l’imprudente Nikolaj, Sonja la triste cugina adottata, il piccolo Petja e la splendida Nataša; i Bolkonskij, ridotti alla devota figlia Mar’ja, al burbero principe Nikolaj e al bellissimo quanto tormentato Andrej. A fianco delle tre principali famiglie, ci sono molti personaggi a rappresentanza dei diversi tipi umani e del periodo storico che la Russia si trovava a vivere fra il 1805 e il 1812, tra cui la padrona indiscussa dei salotti pre-D’Urso Anna Pavlovna, lo psicopatico Dolochov, il simpatico soldato Denisov (e la sua erre moscia) e i Ferragnez della situazione, ovvero Julie Karagina, ereditiera di non eccezionale bellezza e nemmeno particolarmente acuta, e suo marito Boris Drubeckoj, opportunista ed eccessivamente “mammone”. Nel dubbio, ci sono anche lo Zar Alessandro I e Napoleone Bonaparte.

E poi arriva Pierre Bezuchov, alter ego dell’autore e punto di vista privilegiato, insieme al principe Andrej e alla contessina Nataša, coi quali intesse un rapporto di amicizia e amore. Personaggio modernissimo e coinvolgente, è diventato da subito il mio preferito: obeso, colto e amante dei piaceri della vita, passa dalla goliarda di Mosca al matrimonio infelice con Hélène, da una bassa reputazione come figlio illegittimo e indesiderato a un’eredità gravosissima come conte Bezuchov, dalla massoneria (ognuno ha le sue debolezze, lui prova a darsi al settarismo e ovviamente gli va male) alla prigionia fino all’epilogo che lo vede soddisfatto padre di famiglia. Il romanzo, infatti, si chiude in maniera profondamente amara: la guerra è finita, in molti sono morti e chi è sopravvissuto ha dovuto ricostruirsi la migliore vita possibile. Andrej, dopo diverse morte e resurrezioni che mettono a dura prova i nervi del lettore, muore fra atroci sofferenze, e Nataša, che ricordavamo bella e piena di vita, diventa una sciatta matrona che vive di pannolini e allattamento al seno. Decisamente un finale che non ci aspetteremmo da un romanzo classico come questo, ma Tolstoj conferma la sua fama come scrittore della società russa e dell’animo umano: questo, in effetti, è un ragionevole happy ending. A confermare la sua modernità, nel 1869 il romanzo mostra senza fronzoli incesto, passione carnale, povertà, follie della guerra e isterie della classe agiata.

Albero genealogico e dramatis personae

Per questo, la bella miniserie prodotta dalla BBC nel 2016 non ha il merito, ingiustamente affibbiato, di modernizzare questo romanzo senza tempo. Girato, sceneggiato e interpretato magnificamente, di certo non ha svecchiato Tolstoj con qualche scena di nudo, sesso e abiti da gala, perché questi sono elementi già presenti nel romanzo. Peraltro, ha addolcito il finale originale, rendendolo più adatto alla platea generalista. Nel cast, spiccano un Paul Dano particolarmente in forma nei panni di Pierre, la bella Lily James in quelli di Nataša, Gillian Anderson (dopo anni negli X-Files) in quelli di Anna Pavlovna e due grandi del cinema in due grandissime interpretazioni: Stephen Rea e Mathieu Kassovitz, rispettivamente Napoleone e il principe Vasillij. Se volete un’anteprima della lettura, vi consiglio la visione di questa serie nonostante gli errori.

I personaggi principali in un poster della miniserie targata BBC

Non ho altri modi per invitarvi alla lettura di questo classico ingiustamente accusato di togliere ore di vita utile alla gente. Vi assicuro, dopo Guerra e pace, la vostra vita non sarà più la stessa.

до свидания

Betta La Talpa

P.S. Essendo un classico, ci sono molte edizioni disponibili e potere scegliere quella che più fa al caso vostro, su IBS e LaFeltrinelli le trovate quasi tutte. Io personalmente ho letto quella di Garzanti e consiglio anche quella di Einaudi.