Betta va in Polonia

Mercoledì 19 giugno 2019: Notizie dal Voivodato di Pomerania

Lettori, ho fatto una cosa. Non sono sicura che sia un’idea grandiosa, ma meglio un rimorso di un rimpianto, io credo.

Partiamo da un presupposto della mia vita privata: fresca di maturità, non ho fatto in tempo a sognare l’avventura perché la mia è una famiglia complicata (ognuno ha la sua), in cui ogni singolo gesto può portare a una catastrofe nucleare. Desiderando frequentare l’università e avendo scelto sin da quando ero alle medie Lettere o giù di lì, mi metto subito all’opera: non ho mai pagato una tassa universitaria, poiché ho sempre vinto borse di studio con cui pagare libri e treni; ho fatto di tutto, ho accettato ogni tipo di lavoro che mi desse sufficiente denaro per pagare la spesa quotidiana e vivere dignitosamente. Ma ho vissuto mettendo in un angolo quello che, sarà ingenuo o pindarico, ho sempre sognato: vivere di, per, con i libri. Molti hanno creduto che ciò non fosse possibile, che non fosse “un lavoro vero” perché avrei dovuto accontentarmi di essere un’onesta cassiera, una cameriera, una segretaria. Detto per chiarezza, ritengo che siano mestieri di grande valore e, avendolo fatto anch’io, nutro grandissimo rispetto per ogni tipo di lavoro, soprattutto laddove si debbano ingoiare rospi tutto il tempo. Beh, pian piano, invece, sto cominciando a ottenere i primi risultati della mia caparbietà e della mia testardaggine: qualcuno credeva fossi pure affetta da autismo o da qualche anomalia mentale, non ho mai capito bene perché. Pare che la caparbietà sia un disturbo psichiatrico, oggigiorno. Sto raccogliendo i primi frutti e questo mi dà la forza per continuare su questa strada.

Insoddisfatta della mia vita, alla veneranda età di 26 anni, quando alcuni miei coetanei escono dall’università e non hanno mai dovuto lavorare, perché fortunatamente non ne hanno mai avuto bisogno, oppure alcune ragazze scelgono di mettere su famiglia, a inizio giugno decido che devo fare altro per raggiungere i miei malefici scopi. In un colloquio (che poi, incredibilmente, è andato così bene che mi è stato offerto un contratto migliore di quello proposto!) mi è stato fatto notare che nel mio fantastico e surreale CV, mancano le esperienze all’estero: eh certo, signora, ho sempre dovuto mantenere me stessa e una casa, oltre a sbrigare altre faccende, chi ce l’aveva il tempo per un’esperienza all’estero? Questa scena mi è balzata agli occhi davanti all’ennesima accettazione di un sistema sbagliato e corroso dalle radici: perché diamine mi devo accontentare, devo strisciare davanti a gente che manco è dottore in qualcosa, devo dimenticare che sono una linguista e una redattrice e scegliere l’infelicità a priori? Presa dalla foga, ho navigato per giorni sul web alla ricerca di programmi europei (SVE,Corpo Europeo di Solidarietà, Scambi Europei…) e ho svolto le mie prime, assurde Skype call, in cui, vi prego, dimenticate di avere la testa a banana e le occhiaie da panda. Ho contattato referenti, parlato con responsabili e, sorpresa sorpresa, vi assicuro che troverete un sacco di gente molto cortese, preparata e molto disponibile a mandarvi a quel paese in maniera gratuita e pure con un pocket money con cui sopravvivere.

Nei fatti, a pranzo, mi è fin caduto il cellulare dalle mani, rovinando il povero vetrino. Sono stata selezionata per un progetto di 12 mesi a Kwidzyn, vicino a Danzica, nella Pomerania, nel nord della Polonia. Il progetto riguarda, ovviamente, la biblioteca pubblica della ridente cittadina, per altro molto simile a quella da cui provengo, e sono sicura che sarà un ottima occasione per fare cose che ho sempre sognato: imparare una nuova lingua come il polacco, visitare l’Europa dell’est, approfondire la storia dei campi di concentramento come monito sempiterno, studiare l’esperanto (nato proprio là dove andrò!) e stare con i libri.

Non vi nascondo che sono terrorizzata. Un anno da sola, con degli sconosciuti con cui parlare al meglio inglese, a imparare in fretta e furia, iperstimolata. Un anno senza i miei cari, soprattutto senza la mia cagnona. Beh, ho dei giorni di ferie e in fondo con l’aereo si va ovunque a costi medio-bassi. Esistono le nuove tecnologie, come Skype, FaceTime, Whatsapp. Ed esiste la scoperta di se stessi e delle proprie capacità.

Perché se deve essere l’avventura della vita, che avventura sia!

Venerdì 9 agosto: la valigia è un animale intelligente

Bentornati, carissimi.

Questa pagina è più difficile da mantenere di quanto pensassi, lo ammetto. Poco male, eccomi qua a sottolineare un dogma di fede: la valigia è un organismo vivente che si nutre di molte cose, fra cui la nostra ansia.

Organizzare la mia avventura in Polonia non è così difficile, soprattutto perché sono sostenuta da diverse persone estremamente competenti nel campo a cui mi affido in tutta tranquillità; tuttavia, essere così lungimiranti da pensare a come sarà in Polonia fra qualche mese non è così scontato.

Abbiamo una data: martedì 24 settembre.

A settembre e ottobre, la temperatura è mite e si può girare tranquillamente in felpa. Il problema, cambiamenti climatici a parte ed escluso il fatto che il mio corpo ha una temperatura più alta del normale, credo, è che la fa freddo. Un freddo porco, come direbbero le educande.

E quindi? Sull’aereo avrò a disposizione due valigie in cabina e una in stiva, ma andranno riempite di tutta la mia vita. Le medicine particolari, ad esempio, che potrebbero non essere presenti nelle pur ben fornite farmacie polacche. Tutto ciò che concerne l’igiene personale: pinzette, creme di vario tipo, lamette se ci si vuol tagliare le vene all’estero o solo radersi le gambe, forbicine per le unghie, perché va bene che ci sono i bisonti ma non dobbiamo per forza farci venire gli zoccoli. Vogliamo parlare degli oggetti personali? Quei pochi gioielli che possiedo (orecchini, collane e qualche braccialetto), i gadget tecnologici fra computer e accessori, per non parlare della mia vita, ovvero la cancelleria e i libri. In realtà, ho già qualche idea sui libri che porterò con me, ma il dramma è che non posso portarmene molti a causa del peso che devono rispettare le valigie. Perché nemmeno le valigie possono esser obese, sia chiaro.

Ma soprattutto, rullo di tamburi e grancassa pronta… i vestiti.

Nonostante sia classificabile come individuo femmina di età fra i 25 e i 30 anni, di razza caucasica e nella fattispecie nord-italica, il mio armadio è deprimente. Me ne rendo conto, ma non posso fare molto a proposito. I colori vanno dal nero al marrone al blu, con una scarsissima presenza di maglioni e felpe (sono di gusti difficili, ma non ho mai capito il perché di questa carenza), un Kilimangiaro di magliette che tende a crescere esponenzialmente, una decina di pantaloni fra cui pochissimi jeans fra lo skinny e il risvoltino, un tentativo di invasione tartara di leggins, gonne e miniabiti che vogliono confermare il mio metro e cinquanta per cinquanta chilogrammi scarsi di cattiveria, per non parlare di calze, calzini, collant. Ah, perdonate, ma ci vogliono anche le mutande, i reggipetti (di cui posso fare anche a meno, in realtà), e le canottiere della salute, perché la cacarella proprio non la vogliamo. Non sono una fashion blogger, faccio altro, grazie. Mio padre, che al contrario di me si veste come se lavorasse insieme all’oca Boris e agli orsi Muk e Luk, mi ha convinto a una spedizione punitiva in un negozio sportivo… e mi si è aperto un mondo. Pile di tutti i colori (va bene che son donna, ma il pile rosa sai dove te lo puoi mettere?), maglie termiche a non finire, salviette in microfibra e accappatoi in tessuti lavorati su Giove da alieni senzienti che vivono di zolfo e hanno quattro braccia muscolosissime, scarponcini per ogni tipo di piede ed esigenza (io ho cinque dita, una pianta, un tallone e lo uso per camminare, voi?) e giacconi come se viveste in Nebraska e tagliaste la legna assieme al figlio di Bruce Springsteen. È un posto bellissimo.

Sarà sufficiente? Sarà troppo? Come stipare tutto in sole tre valigie e rispettare le rigide norme della compagnia aerea? Santo cielo, perché nessuno ha ancora inventato la borsa di Mary Poppins o la valigia di Newt Scamander? É chiedere troppo?

Se la valigia fosse davvero intelligente, potrebbe selezionare il proprio contenuto e decidere quanto basta portare. Io non lo so!