Russians do it better

Carissimi, non temete, non vi ho abbandonati. Il fatto è che ho pensato bene di svernare il mese più freddo in un luogo perfetto per il clima e, direi, anche la meteoropatia che affligge la maggior parte di noi… beh, dove trascorrere l’inverno, se non nella tremenda steppa ghiacciata fra Mosca e San Pietroburgo sul finire del XIX secolo?

Ho sempre avuto un debole per la letteratura classica russa, anche prima di leggere il mio primo romanzo della grande madre Russia, cioè Il maestro e Margherita. Ho sempre amato l’immagine di queste donne e questi uomini impellicciati per sostenere il freddo polare che attanaglia la loro terra per diversi mesi, i loro modi calmi e sicuri, la lingua dura e ineguagliabile, e ovviamente la loro storia, fatta di schiavismo, forza, lotta, ideali. Perché fallì la campagna di Russia che, secondo Napoleone, doveva portarlo al livello di uno zar? Semplicemente, i soldati russi sogghignarono nel vedere quei fanti europei e le loro armature leggere, perché soltanto un popolo può vivere e combattere fra il ghiaccio. Poi, la maestosità e la tragedia della fine dei Romanov, il crollo di un impero secolare e l’inizio di una nuova, grande potenza, destinata a farla da padrona fino a giorni nostri.

Insomma, volevo ritrovarmi fra neve, colbacchi e gran gala, ma anche follia, nevrosi e personaggi grandiosi nel loro realismo: e un romanzo adatto a questo stato d’animo e all’inverno di fine gennaio mi sembrava proprio Anna Karenina. Ecco la mia edizione: Anna Karenina

Dunque, il mondo si divide in due fazioni: quelli che non lo hanno letto, ma dicono di averlo fatto perché ne conoscono la trama a grandi linee (lei è una nobildonna sposata, lui un giovane soldato; s’innamorano, scappano insieme, lei impazzisce e alla fine s’ammazza. Ecco qua!), e quelli che lo hanno letto e dicono sempre le stesse, identiche, cose sul conto dei personaggi. Anna è una pioniera del femminismo, Kitty una ragazzina viziata e noiosa, Lévin un rozzo campagnolo che vuole fare il filosofo e riesce solo più noioso di sua moglie (spoiler!), Vronskij l’uomo che tutti vorremmo, Karénin il marito padrone che mina la felicità di Anna.

Ecco, dissento totalmente, Anna Karenina è un romanzo straordinario non perché abbia donato alla letteratura mondiale il personaggio di una grande donna, bensì perché ha rappresentato perfettamente le nevrosi di una società come quella russa nobiliare alla fine dell’800 e le relazioni fra coloro che ne facevano parte.

Anna è una donna di grande bellezza che rappresenta un po’  un’eccezione al canone estetico russo: alta, formosa, dalle spalle tornite e il collo forte, la pelle bianchissima e i capelli scuri, corti, ricci. È molto amata dalla sua famiglia e lei risponde all’amore altrui con allegria e cura; in effetti, trova rassicurante la sua vita abitudinaria, fatta di balli, visite e vita familiare, prima di incontrare il Conte Vronskij. Costui non mi è affatto riuscito irresistibile come pensavo: è bellissimo, non c’è che dire, un bel bruno muscoloso, ma non è né particolarmente simpatico né particolarmente intelligente. Nei fatti, mi è sembrato più un ragazzino disinvolto ed egoista, che conquista Anna solo per divertirsi… ovviamente, poi ne nasce un sentimento sincero, che Vronskij apprende solo nel momento in cui Anna soffre dopo il parto della figlia, nata dalla loro relazione clandestina, a tal punto da considerare Anna sua moglie anche prima che lei divorzi da Karénin.  In realtà, non riesco a capire bene se lui la contraccambi davvero, se la ama dello stesso amore di lei, che per lui è scappata di casa, si è fatta espellere dalla società, ha divorziato dal marito.

Perciò è Karènin ad avere parte della mia stima. Convenzionale, va bene, conformista e sedentario, ma fa il lavoro sporco per Anna, addirittura ne accetta la figlia e non le impedisce di vedere l’amante in casa sua. Lascia che tutti lo prendano in giro, la cura dopo il difficile parto e li perdona entrambi. Viene abbandonato da tutti, cerca di ricostruirsi una vita accettabile con l’aiuto di una brava donna, vede la sua carriera di Stato fermarsi e, lentamente, discendere. Capisco che il fascino non sia parte del suo repertorio di qualità, ma è onesto e buono, anche quando s’infuria dentro di sé per il tradimento di Anna.

Parallelamente a quella distruttiva e romantica di Anna e Vronskij, Tolstoj narra anche la storia dei giovani Lévin e Kitty, che è nientemeno che una ex fiamma di Vronskij e sorella della cognata di Anna. Non c’è pathos drammatico e dinamismo, ma questa relazione è più moderna e reale, e direi anche sottovalutata. Lévin è sempre stato innamorato di Kitty, ma quando le chiede la mano, lei rifiuta nella convinzione che sarà Vronskij a chiederla (e come non accettare di sposare il miglior partito del momento?!). Lui torna vergognoso in campagna e si dedica alla sua azienda, a curare il fratello tisico Nikolaj e a mantenere un rapporto decente con l’altro fratello, l’altezzoso Sergei; lei, invece, vistasi rifiutata dal conte e senza prospettive di matrimonio, la cosa apparentemente più importante dell’universo, si fa venire la depressione, così viene portata in villeggiatura in Germania e qui scopre la carità, l’umiltà e la vera bellezza del mondo, che non è fatto di lustrini e bei vestiti come pensava. Si rivedono un anno dopo, lui, comprendendo di amarla ancora, le richiede la mano e lei accetta, perché ha capito di averlo sempre amato, ma di non averlo mai ammesso a se stessa. E così, vivono tranquillamente in campagna come proprietari terrieri, moglie e marito felici e genitori soddisfatti. Kitty, malgrado tutto, è il personaggio che più si evolve lungo tutto il romanzo e raggiunge una maturità che all’inizio pare incredibile; Lévin, a sua volta, nella sua semplicità è un ragazzo reale, che vive tra noi e forse è noi, ambizioso, calato perfettamente nel contesto, dotato di un suo fascino tra bellezza campagnola (falcia mezzo nudo coi pettorali di fuori e i muscoli gli tirano i vestiti, ma arrossisce e balbetta quando è in compagnia… adorabile!) e l’onestà di un ragazzo puro.

Infine, la lingua è meravigliosa, con i patronimici e le desinenze con distinzioni di genere: chi, come me, ha studiato linguistica e filologia, si leccherà i baffi. Interessante inoltre  il rapporto con il francese e l’inglese, che allora erano considerate più nobili del russo, parlato per lo più in famiglia o in modo quasi triviale. Da qui, il rapporto conflittuale con l’Europa, considerata più elevata culturalmente  e ben separata dalla Russia.

Prolissa? Sì, lo ammetto… ma i russi non lo sono? Per questo, vi supplico, superate l’ostacolo delle dimensioni dei romanzi russi, che non sono tutti dei mattoni, ma quando li aprirete, non ricorderete più da che parte del mondo e del tempo proveniate.

Da’svidaniya,

Betta La Talpa

POST SCRIPTUM. Il film di Joe Wright del 2012 non è fedelissimo, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, ma ha capito perfettamente lo spirito del romanzo. Splendidi costumi e ambientazione incantevole, un teatro. Gli attori recitano fra platea e palco e, spostando una sedia e portando delle carte, passano da un salotto allo studio privato dell’avvocato. Questo espediente permette al regista di rappresentare la metafora che è alla base del romanzo, cioè il ruolo di Anna rispetto alla società pettegola e conformista del tempo.

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