I will rock you – Farrokh Bulsara

Mio padre aveva un’autoradio posseduta da Pantagruele. Ovvero?

Questa marchingegno del demonio, o più di uno, non ricordo, aveva l’irritante abitudine di mangiare i dischi (bei tempi, quelli dei CD): in quella bocca ci finirono Bob Dylan, Rino Gaetano e Davide Van De Sfroos e vennero accompagnati dalle manie periodiche del genitore per un artista: ho riascoltato Paolo Conte e Gianmaria Testa solo dopo anni di disintossicazione. Un’infanzia magica, direte.

Lo è stata, musicalmente parlando. L’autoradio assassina digerì per molto tempo anche una confezione nera con quattro uomini in primo piano: uno molto riccio, uno bruttino, uno biondo e uno moro con i baffi che mi sembrava molto macho. Era Greatest Hits dei Queen.

Freddie Mercury in una delle sue pose più famose.

Chi come me è nato negli anni ’90, ha di certo dovuto affrontare un percorso formativo assillante simile a quella anti-violenza del caro Alex di Arancia Meccanica: ore e ore, viaggi in auto, film, pubblicità dei würstel e di intimo femminile, stereo casalingo con velleità suicide…. la musica dei Queen ci ha riempito la crescita e noi siamo tutti da un lato affascinati da questa leggenda morta alla nostra nascita, dall’altro siamo andati in overdose e non ne vogliamo più sapere. I Queen sono una base fondamentale per la cultura musicale che deve essere impartita ai bambini sin dalla più tenera età, assieme ai Pink Floyd, a David Bowie, a Fabrizio de Andrè. Madri lettrici, sotto con Innuendo in culla!

Piaccia o non piaccia, Freddie Mercury e le sue inglesi regine hanno contribuito alla musica per come è oggi… no, il trap non c’entra niente, anche se il buon Freddie avrebbe gradito così tanto sfarzo nei video. Un’icona che può essere condivisa o meno e che ha pagato caro la sua leggenda. Tutti la conosciamo, anche se di sfuggita: I will rock you di Lesley-Ann Jones, edito in Italia da Sperling&Kupfer, racconta la sua storia, dalla nascita in una modesta casa a Stone Town, in Madagascar, da genitori parsi, al funerale pieno di amici e sì, tanta gente venuta ad approfittarsi della sua stella.

Si tratta di un’ottima biografia che cerca di ridimensionare il mito e di ritrovare l’uomo. O meglio: di capire dove e quando l’uomo è diventato un mito. Scorrevole e ricca di aneddoti dalle bocche di coloro che vissero tutta la vita di Farrokh Bulsara, questo il vero nome del frontman della band dei record: a volte, l’ingerenza dell’autrice, celebre giornalista musicale, è troppo invadente (del genere, io lo so perché c’ero e c’ero perché potevo… voi leggete e sbavate) e gli aneddoti della vita privata, benché mostrino Freddie come un uomo di enorme talento che ha cercato la morte con l’istinto autodistruttivo di una personalità fragile, ossessionata dalla solitudine, spesso scadono nel voyeurismo (l’ultima notte di Freddie da vivo, come e dove gli piaceva fare sesso occasionale…). Queste scelte possono disturbare un lettore un po’ ingenuo e io, che ingenua lettrice non sono affatto, ammetto di aver sgranato gli occhi di tanto in tanto: eppure, questa era la realtà e questo ha fatto Freddie Mercury dietro le quinte dei suo fantastici show. Potremmo considerarlo un monito a coloro che non pensano agli effetti a lungo termine di una vita dissoluta e sregolata.

Il costume più famoso di Freddie. Lui poteva.

Ma questo non sarà un articolo come tutti questi che ho scritto: sarà un jukebox! Leggete il libro come la storia di una leggenda che è viva ancora oggi, io di certo non scriverò qui la sua agiografia. Dietro il mito c’è un cantante, dietro un cantante un uomo. Piccolo, dai curiosi lineamenti orientali, indiscutibilmente omosessuale eppure così sexy, con quei quattro denti in più che sono stati la sua croce e la sua delizia. Istrionico, tragico, folle, trascinatore, dotato di un talento fuori dagli schemi, assolutamente inimitabile. Me lo ricordo, dalle prime apparizioni da bohémienne alla versione macho da Castro, fino all’ultimo ricordo che si ha di lui, il clown triste divorato dalla malattia e dallo show-business. A seguito, troverete il mio personale elenco delle migliori canzoni dei Queen e perché vale la pena ascoltarle. In ordine sparso, beninteso.

Bohemian Rhapsody. Di certo non ha bisogno di presentazioni, ma è la testimonianza di ciò che i Queen sono riusciti a fare: rendere rock l’opera.

Innuendo. Uno dei videoclip più belli di sempre, in cui Freddie, ormai malato, non poteva apparire per non mostrare il suo volto smagrito. Ah, avete mai pensato a quanto sia rock il flamenco?

Who Wants to Live Forever. La colonna sonora di Highlander è straziante, come d’altronde il film. Freddie lo sapeva, che non si può vivere per sempre.

Too Much Love Will Kill You. L’ideale addio di Brian May a Freddie. Ho pianto la prima volta che l’ho sentita.

Love of My Life. Idealmente dedicata a Mary Austin, la vedova ufficiale di Freddie. Nonostante fosse una donna, fu lei il vero amore della sua vita. Freddie Amò anche Barbara Valentin, famosa attrice austriaca, ma lei contribuì alla sua rovina fisica e per questo venne allontanata.

I Want to Break Free. Freddie adorò mettersi una minigonna in pelle e il reggiseno imbottito, e si vede.

Radio Gaga. Avete presente Metropolis di Fritz Lang? Ecco, metteteci i Queen su un’astronave e battete le mani a tempo. Sarà bellissimo.

Made in Heaven. Freddie canta di essere un angelo, avvolto in un’improbabile tutina con mantello rosso, toccato da una squadra di ballerini classici. La canzone è bellissima ma va ascoltata guardando il video, è uno spettacolo.

Show Must Go On. Fu proprio Freddie a mettere in decreto queste parole: qualsiasi cosa succeda, sul palco o nel mondo, lo spettacolo deve continuare. Nel video, lo si può vedere per come appariva pochi mesi prima della morte.


Friends Will Be Friends. È triste vedere un Freddie già segnato dalla malattia, ma la canzone è orecchiabile e adatta a essere cantata dalla folla.

Grazie, Freddie

Betta La Talpa

P.S. Trovate il libro su LaFeltrinelli e IBS. Per quanto riguarda il film… beh, è stato divertente cantare nella sala del cinema e Rami Malek è stato molto bravo in un ruolo tanto difficile, limitato solo dalla sua fisicità così minuta, ma da qui all’Oscar e a dire che è un bel film ne passa di acqua sotto i ponti, come si dice dalle mie parti.

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3 pensieri riguardo “I will rock you – Farrokh Bulsara

    1. Sono d’accordo sulla teoria dello spalmo degli Oscar, anche se ormai penso che il premio vada più per un motivo di politically correct che altro: Rami Malek è stato molto bravo e sì, forse non gli capiterà mai più di vincerne uno, per cui facciamolo contento. Ritengo “Roma” un film strepitoso che forse avrebbe meritato di più. “Bohemian Rhapsody” è un film da domenica pomeriggio di pioggia o sabato sera con gli amici per cantare in compagnia, ma non è certo un difetto.

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      1. Anch’io sono totalmente d’accordo con tutto ciò che hai scritto, soprattutto la parte finale. Colgo l’occasione per dirti che mi sono iscritto al tuo blog. Grazie per la risposta! 🙂

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