Plant Asterion, di Martina Spuri

Con imperdonabile ritardo, eccomi a recensire il primo di una sufficientemente lunga serie di libri molto fighi, gentili frutto di collaborazioni. Ma con Nativi Digitali Edizioni si va sempre sul sicuro, pertanto perché mai rinunciare a leggere un libro di fantascienza distopica scritto da un’autrice esordiente?

Lo so, il distopico è un genere che la pandemia ha riscoperto e riportato in auge come se fosse attualità e tale in effetti è: chi mai avrebbe pensato di vivere un’esperienza simile? Ma quel che mi ha sorpreso lèggendo Plant Asterion è scritto nella postfazione, ovvero che l’autrice ha progettato e ideato il romanzo nel 2017, ben tre anni prima di ogni sospetto reale riguardo a un virus di origine cinese. L’idea principale, come scrive l’autrice, è nata dalla riflessione sull’inquinamento causato dalle attività umane e dagli effetti terribili che esso ha sulla natura. Ripeto, a me ha davvero sconvolto il fatto che un libro simile sia stato scritto quattro anni fa. Non si dice forse che gli artisti, tra i quali annovererei gli scrittori, sono un po’ vati e profeti?

Martina Spuri ha immaginato un pianeta orribile in cui l’umanità vive in un ambiente totalmente artificiale, una struttura verticale in cui tutto è controllato dall’autorità invisibile, da un sistema che i protagonisti, i fratelli Pascal e Stan, avvocato la prima e guardia armata il secondo, rappresentano eppure scoprono di non appoggiare fino in fondo e mettono in discussione a seguito di diversi attacchi terroristici che minacciano la stabilità della struttura, nonché l’organizzazione socio-economica e il mondo creato, sicuro benché ingiusto.

Durante la lettura, che ho dovuto rallentare soltanto per mie vicissitudini personali e non per la qualità del romanzo, mi ha non poco colpita la presenza di riferimenti allusivi all’oggi in una storia scritta ben prima che la pandemia e quel che ne consegue fosse appena immaginabile: attacchi contro i rappresentati del governo (per esempio, gli atti contro le filiali INPS) e scene di isteria collettiva o di malcontento, come le accuse iniziali contro coloro che indossavano le mascherine e chi era vaccinato, perché più fortunati di altri, quindi aggressioni fra sconosciuti dovute soltanto alla paura del contagio alle prime aperture. Si tratta di cose che io, come credo molti altri, non dimenticherò mai e che mai avrei voluto vedere durante la mia vita e mi terrorizza che un romanzo scritto anni fa abbia anticipato esattamente i nostri telegiornali e le nostre vite quotidiane.

Al di là della trama, che ho trovato lineare ma ben gestita, con un approfondimento digressivo lungo le pagine, ho apprezzato il personaggio di Pascal, con i suoi flashback, le sue fragilità causate da un momento e un mondo inadatti all’essere umano eppure una forza che in molti hanno dimostrato di possedere per sopravvivere, senza mai rinunciare alla vita e a ciò che per ciascuno è importante.

L’autrice scrive con sicurezza e sapienza, dosando perfettamente dialoghi, digressioni, flashback e scene d’azione, rendendo la lettura scorrevole eppure con un ritmo che cambia molto spesso, evitando che il lettore vi si abitui troppo. Una capacità sicuramente sviluppata dalla lettura, anche se confesso di non aver trovato nessuna influenza nel suo scritto, come di solito mi piace fare, segno che la nostra scrive con originalità, tecnica e talento.

Si tratta dunque di un libro che consiglio senza ombra di dubbio, invitando il lettore a fidarsi di un’esordiente e del suo innegabile talento in un genere che, ahimè, conta ancora troppe poche donne.

Un caro saluto,

Betta La Talpa

P.S. Trovate Plant Asterion qui e qui.

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