Non parlare – Uzodinma Iweala

Il titolo di questo librone (così denominati quei libri così grandi da permeare la vita dei lettori nei giorni a venire e da creare ponti con altre arti) dice tutto nell’ordine di non parlare.

Non si può dire più niente è diventato il motto di questi ultimi due anni. Covid non è solo una pandemia, un virus ovvero un organismo non vivente che attacca i corpi umani per abitarli e distruggerli, amen. Covid è innanzi tutto la paralisi e la caduta del rispetto verso l’altro e il parassita che ha estratto più che altro il peggio di noi.

Non è che non si possa dire più niente, è che non devi usare parole che offendono gli altri, o emerito cretino.

Ma è solo una parola.

No, è una parola. Questo è il punto.

Le parole sono il prodotto socio-storico-culturale dell’esistenza umana e presuppongono un pensiero dietro ognuna di essere. Barbaro esiste perché sia i Persiani sia i Greci facevano il verso bar-bar quando vedevano uno straniero e lo prendevano per il culo. È un termine originariamente razzista che oggi è solo estremamente stupido.

Non parlare di Uzodinma Iweala, la mente dietro quel colpo al cuore che è Beast of No Nations, parla della crisi contemporanea che ha colpito la società globale: dal punto di vista linguistico, sociale e culturale, ma anche storico e di rilettura della storia.

Niru è di origini nigeriane e proviene da una famiglia che si è fatta da sé per arrivare alle migliori scuole di Washington. Ha tutto, ma non capisce perché si sente sempre sbagliato. Non è sbagliato, è meraviglioso ma non si è ancora conosciuto del tutto. Scopre di essere omosessuale all’inizio del romanzo e questa rivelazione, per sé e per gli altri, avrà effetti devastanti su tutto il corso del romanzo.

Meredith è bianca e viene da una famiglia alto-borghese, ma è quasi sempre sola ed è molto canonica come adolescente, malgrado la sua adorabile goffaggine. Nel momento del bisogno, si dimostra più concentrata sulle proprie nuove esigenze di ragazza che sulla disperazione dell’amico.

Ci saranno tentativi di ricostruzione oltre la costruzione di un nuovo sé, ma sarà una discesa dopo l’altra.

Ho riflettuto anche sul ruolo degli strumenti culturali a disposizione delle persone rispetto alla storia e la mia convinzione è rimasta pressoché intatta dinanzi soprattutto alla descrizione della famiglia di Niru: il padre è di umili origini ed è farcito di convinzioni retrograde e a tratti superstiziose, a tratti da self-made man in paese straniero, mentre la madre è qualche passo avanti grazie a una prestigiosa educazione, limitata solo da una fede molto forte. Credo che non necessariamente le origini umili di una persona la rendano più conservatrice rispetto al contrario, per questo la figura del padre mi è sembrata un po’ troppo caricaturale, ma comunque efficace. Forse, è invece un invito da parte dell’autore a superare certe rigidità che vadano oltre l’ambiente in cui siamo nati e dove siamo stati cresciuti a forza.

Iweala scrive senza filtri, dimostrando di essere molto bravo nell’evitare della punteggiatura di troppo che non segua lo stream of consciousness di joyciana memoria, ma con la chiarezza e la correttezza che lo rende un libro adatto da leggere in famiglia o a scuola per affrontare tematiche importanti e delicate come il razzismo, la teoria del gender e l’educazione sessuale, l’adolescenza.

Un libro di cui avevamo bisogno e che leggerete trattenendo il fiato, ve lo prometto.

Un abbraccio,

Betta La Talpa

P.S. Potere trovare il libro su LaFeltrinelli e IBS.

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RIPRODUZIONE RISERVATA

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