Contrariamente a quanto sostiene l’autore di oggi, il mio coevo Alec Bogdanovic (anche se lui è nato il 1 gennaio e io il 28 dicembre, quindi abbiamo un anno di differenza), io leggo sempre le prefazioni e le postfazioni. Sono masochista? No, le leggo perché fanno parte del libro che compriamo e la maggior parte delle volte ci illuminano sul testo che abbiamo letto o ci apprestiamo a leggere. Nel suo caso, la prefazione di questo libro mi ha colpito con i sentimenti che mi hanno seguito per tutta la lettura, salvo poi accettare che non riuscivo fisicamente a staccarmi dalla pagine.

Inizialmente, infatti, lo stile schietto e il tono generale che va piuttosto di moda fra gli autori della mia generazione del tipo “Posso scrivere peggio di come parlo, tanto chissene frega, quello che conta è il contenuto” seguito a ruota da “Tanto anche Bukowski e Welsh scrivono così” non mi hanno mai entusiasmato. Lo trovo un po’ arrogante, ma è una mia opinione per cui del tutto impopolare. É lo stesso motivo per cui non vado pazza per le provocazioni fini a se stesse né per i riferimenti diretti al lettore che si presuppone essere un idiota.

Poi sono andata avanti a leggere e, malgrado non mi senta affatto come uno smanettone del computer o una persona social-obsessed, ho capito che Alec non stava parlando a me direttamente, ma a quell’esatto genere di persone che non hanno mai guardato oltre i propri piedi. In questo stile estremamente caustico, lucidissimo e brillante, ho intravisto un ragazzo che ha affrontato i propri problemi con una razionalissima analisi di se stesso e questo romanzo è il diario della sua presa di coscienza.

Gli ansiosi si addormentano contando Apocalissi Zombie è stato pubblicato quest’anno da Rogas Edizioni ed è l’auto-biografia del nostro autore, in cui affronta, attraverso momenti tragici, momenti comici e momenti non ben definiti, un percorso contro un pericolo del nostro tempo che tuttavia non consideriamo mai: la depressione.

Sentirsi tristi e abbattuti è normale, per questo ancora oggi è difficile credere che la depressione sia una malattia vera e propria, che sia la più pericolosa e la più comune dopo il cancro e che colpisca molte più persone di quel che si creda. Sicuramente nelle nostre esistenze abbiamo conosciuto qualcuno che ne soffriva, ma non abbiamo saputo riconoscerne i segnali, forse la persona stessa li ignorava, e quindi la vita è andata avanti. Spesso, anzi, non è andata avanti affatto. Magari, anche noi lo siamo eppure non vogliamo crederci, magari lo è qualcuno che amiamo ma non ci sentiamo abbastanza forti per aiutarlo a guarire.

La vita stessa è difficile, ci mette di fronte a molti bivi e nel nostro tempo più che mai lo è, non a caso l’incidenza della depressione è schizzata alle stelle. In un mondo in cui fallire è mal visto e quasi impossibile da concepire, in cui dobbiamo essere perfetti sotto ogni punto di vista e render conto di ogni nostro passo all’universo creato, è così strano che la depressione bussi alla nostra porta?

La lettura di questo romanzo è stata senza dubbio utile per scoprire come una persona che si trovi in una situazione simile riesca a farcela, pur con tutti i problemi che questo comporta. Alec Bogdanovic dimostra un’ottima capacità di auto-critica e la scrittura, qui si vede benissimo, diventa una sorta di terapia d’urto per mettere in fila gli eventi, i sogni e le possibilità.

Per questo, non posso che consigliare questo romanzo a chi voglia essere un po’ scombussolato e cambiare binari, a chi non teme il dark humour e a chi non crede che la depressione esista perché si fida solo del telegiornale.

Un abbraccio (magari no),

Betta La Talpa

P.S. Questo è il sito dell’autore: https://www.alecbogdanovic.com. Qui e qui invece trovate il suo libro.