Luke Arnold, per chi come me non avesse la minima idea di chi sia, è un attore australiano di bell’aspetto: è famoso per aver impersonato Long John Silver nella serie tv Black Sails, che non ho visto perché sapete quanto sia scettica nei confronti di film/serie tratti da libri che ho amato. Si dà il caso che il nostro attore sia anche un talento non solo da set cinematografico e, quando mi è stato proposto di leggere il libro, non ero così sicura. Poi i pareri positivi su questo libro sono aumentati e la copertina e il metatesto cominciavano a intrigarmi… finché ancora una volta sono stata costretta a ringraziare Nua Edizioni per la collaborazione.

L’ultimo sorriso di Sunder City è ben più di un romanzo d’avventura che fonde il fantasy con altro. Fetch Phillips, di mestiere Uomo al Soldo, è un umano che con gli umani non vuole avere nulla a che fare: dopo l’evento traumatico della Coda, infatti, in cui gli uomini hanno cercato di perforare come la Shell il cuore del pianeta da cui proviene la magia, quest’ultima è scomparsa. Ciò che rimane è il guscio del passato, le reliquie di un glorioso tempo in cui elfi, giganti, vampiri e goblin vivevano in pace e armonia. Ora i vampiri si stanno polverizzando lentamente, i giganti non hanno più la loro proverbiale forza, gli elfi hanno la pelle rovinata dal tempo che passa, le banshee non hanno più voce… e chi è nato con artigli, ali e zanne si trova a giustificare la propria apparenza con un passato remoto, un po’ come le famiglie aristocratiche decadute che, pur non avendo liquidità, devono dare una spiegazione logica al fatto che vivono in un palazzo barocco che non riescono a pulire e a scaldare.

Se all’inizio ero indecisa sul leggere un urban fantasy che ripeteva le dinamiche sociali di un mondo con creature magiche classiche, leggendo ogni mia incertezza è del tutto sparita. Il romanzo si dimostra innanzi tutto utilissimo come lettura del post-lockdown: se non la capiamo con statistiche e con la realtà di tutti i giorni, proviamo a leggere tra le righe di un’opera di finzione. Questo è lo scopo primario della narrativa, soprattutto di genere, e Luke Arnold riesce benissimo nell’intento: chi stendeva lenzuola con l’incoraggiante motivetto “Andrà tutto bene”, ora è costretto a rimangiarsi le mani davanti alla triste realtà. Non abbiamo imparato assolutamente nulla, la crisi climatica è ancora peggiore di prima, l’economia sta crollando e la società non è migliore di come l’abbiamo lasciata alla fine di febbraio. L’autore mostra una società fittizia come quella fantastica, popolata da creature immaginarie che conosciamo, alle prese con i risultati di un atto d’arroganza umana: la magia è scomparsa, e ora?

Insomma, come Tolkien ci ha insegnato a suo tempo -e l’autore è cresciuto a pane e Frodo- la razza umana è la peggiore del creato, anche se capace di azioni di coraggio e di ripresa. Phillips, il detective protagonista del primo volume di questa saga, nonostante la sua appartenenza alla specie non si schiera politicamente né socialmente e mantiene un profilo basso, anzi bassissimo.

I riferimenti letterari si sprecano, ma lo apprezzo molto perché, sfortunatamente, tanti scrittori non si possono dire lettori con il pretesto dell’originalità, per forza di cose mancata. L’idea del giallo fantasy di cui Terry Pratchett fu pioniere e maestro non ha ancora conosciuto il suo canto del cigno, forse perché non è un genere così facile come appare: Arnold tuttavia, pur senza confondere troppo le tracce né mettere su pagina una trama complicata, si dimostra all’altezza e gli auguro di alzare l’asticella nel prossimo romanzo. In realtà, più che Pratchett, di cui non possiede la freschezza e l’ironia, il nostro si rifà più a Diana Wynne Jones, che rappresentando società magiche ne mostra spesso anche le assurdità e gli aspetti negativi, spesso con sarcasmo e toni pungenti. Fetch Phillips, ai lettori italiani, non può non ricordare l’investigatore più weird della letteratura ovvero Dylan Dog, l’Indagatore dell’incubo scappato da Scotland Yard e che fa dell’orrore il suo pane quotidiano, pur mantenendo una certa condotta, le sue regole e le sue opinioni con una fermezza un po’ retrò. Infine, la questione della discriminazione razziale in ambito fantastico e della convivenza non più facile tra razze magiche a causa dell’arroganza umana è un fil rouge con Geralt di Rivia, lo strego creato dalla penna di Andrzej Sapkowski, che ha in comune con il protagonista di Arnold lo sguardo disincantato e una certa rozzezza che nasconde una personalità sensibile.

Si tratta dunque di una lettura più che godibile che coniuga talento, originalità e una tradizione nobile della letteratura che non va ripetuta male, ma solo accolta e rinfrescata. Un augurio al nostro Arnold per i successivi libri dedicati a Philips!

Un abbraccio,

Betta La Talpa

P.S. Trovate il romanzo qui e qui.

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