Lo snobismo fa male. Anche il contrario, certo. Ma a volte disdegnare il mainstream fa perdere il lume del buonsenso e ci toglie l’occasione di bei momenti. Qualche volta mi pento di essere me e dei miei gusti personali.

Tanto per chiarire: non sempre un best seller è una cagata pazzesca, come il Ragionier Fantozzi ci insegna e come dovrebbero imparare molti che pensano che le case editrici pensino soltanto a pubblicare i grandi nomi a puro scopo di lucro e a scapito totale della qualità. Un nome, per essere grande, è nato piccolo e ha dovuto conquistare il suo spazio di notorietà con le sue capacità. Mea culpa, sarà per deformazione professionale e per personalità, non mi interessa quanto un libro venda e, se per qualche motivo ne sono interessata, sviscero tutte le ragioni.

Questo è ciò che accadde anche con Joel Dicker e il suo stratosferico esordio La verità sul caso Harry Quebert, in Italia pubblicato da Bompiani. Ricordo che, andando in università, la metà del vagone lo leggeva, mentre l’altra metà giocava al cellulare; poi, ne vennero contagiati tutti quanti. Ho sempre apprezzato il giallo, ma non è mai stato un genere che mi ha ossessionata, per cui non ero particolarmente curiosa verso questo mattone francese.

Poi, una domenica pomeriggio di tempo fa, mentre bevevo il tè con Madre a casa sua, incappammo in un film, serie, cos’era? C’era un Patrick Dempsey irriconoscibile in prigione, poi sempre un Patrick Dempsey meno dimesso che portava in macchina una ragazzina bionda che cercava di baciarlo. E quel che ricordo era l’immensa tristezza dello sguardo di lui sapendo che lei era morta, quella ragazzina così bella e dolce. Ovviamente non finii la miniserie, ma quando andai in libreria per comprare il regalo per il compleanno di Madre non ebbi alcun dubbio. Lei ci mise una settimana a leggerlo e poi lo diede a me, sghignazzando sul fatto che stavolta nemmeno io avrei trovato l’assassino.

Ma La verità sul caso Harry Quebert non è un semplice giallo, o almeno non è soltanto un giallo intuitivo. Sappiamo dall’inizio che la quindicenne Nola Kellergan è scomparsa il 30 agosto 1975 ed è stata ritrovata nel 2008, sepolta nel giardino dell’acclamato scrittore Harry Quebert, ma è lasciandosi portare dalle parole del narratore, il giovane Marcus Goldman, enfant prodige della letteratura americana e pupillo del professor Quebert, che scopriamo un mondo totalmente realistico e totalmente letterario. Il senso di avvolgimento e calore che ho provato durante la lettura è un’emozione che soltanto i grandi libri e i grandi autori sanno dare.

Un grande libro sui libri, sulle menzogne e sull’amore, ecco in breve cos’è questo monumentale romanzo ambientato ad Aurora, immaginaria cittadina di provincia nel New Hampshire, laconica e perfetta. Ma dove non accade nulla accadono le grandi tragedie. La morte di Nola Kellergan mette in luce i mostri nelle belle case ex-coloniali della popolazione borghese, mostrando come tutti quanti i personaggi, e noi con loro, siano fatti di luci ed ombre in egual misura. Lei stessa, passa da essere la creatura di angelica forma cantata dallo Stil Novo a una ragazzina troppo ambiziosa per la provincia, fino alla redenzione finale in cui si avverte che anche i sentimenti di tutti cambiano. La straordinaria passione che Harry Quebert nutre per lei, un amore così impetuoso da renderla il centro della vita dello scrittore (per altro senza mai cadere nel cliché né in non desiderate scene di sesso), si trasforma con la trama in un amore melanconico, votato al senso di protezione che Harry prova per lei. Ma c’è anche l’amore di Robert e Tamara Quinn per la loro unica figlia Jenny, che come nella realtà viene dimostrato esigendo sempre di più dai figli, ma anche nascondendo per loro gli orrori più indicibili che hanno commesso; e l’amore sfortunato di Luther Caleb, un uomo gentile sfigurato da un pestaggio e tornato alla vita grazie alla pittura, che rischia però di diventare una mania pericolosa.

È un libro sulle menzogne perché Marcus Goldman costruisce la propria vita mentendo spudoratamente a se stesso e agli altri, senza mettersi alla prova con chi è al suo stesso livello, pur di mantenere il nomignolo del liceo, Formidabile. Ma oltre a lui, tutti i personaggi mentono per mantenere la quiete delle loro vite sull’oceano, dai vari sospettati fino a lui, Harry Quebert, con le sue mille storie nascoste, e ai coniugi David e Louisa Kellergan, i genitori di Nola. Ed è con le menzogne che Dicker crea alcuni dei migliori colpi di scena mai letti.

Infine, è anche e soprattutto un libro sui libri. Marcus Goldman è un giovane scrittore in crisi dopo un successo milionario e per questo si affida alle cure del suo insegnante e amico Harry Quebert, uno dei più importanti autori della sua generazione. Riallacciare i rapporti con il maestro significherà tornare ad imparare a scrivere (i capitoli sono scanditi da 31 consigli di scrittura, dall’ultimo al primo), ma anche leggere in maniera più approfondita i libri che hanno scritto: il segreto della morte di Nola, infatti, è racchiuso proprio nel romanzo che ha segnato la carriera di Harry e solo leggendolo da un nuovo punto di vista si potrà riuscire a risolvere il caso… Nola e Harry.

Terminiamo con un momento di critica. Nel romanzo, nonostante Dicker giochi con il ritmo accelerando e rallentando a piacimento come solo i veri scrittori sanno fare, a volte alcuni dialoghi non sono molto verosimili e le parole d’amore sono un po’ ridondanti… ma, suvvia, chi non lo è a quindici anni?

La miniserie di Jean-Jacques Annaud (sì, quello di Sette anni in Tibet e Il nome della rosa) rievoca perfettamente l’atmosfera di provincialità e di follia compressa che si respira dal libro e rende con buon ritmo la particolare costruzione del romanzo fra flashback, digressioni e alternarsi fra passato e presente. Patrick Dempsey è più giovane della versione cartacea del personaggio, ma ha fatto un ottimo lavoro nel mettersi nei panni dell’affascinante, triste e misterioso Harry Quebert.

Un abbraccio,

Betta La Talpa

P.S. Trovate il romanzo su LaFeltrinelli e su IBS e in qualunque libreria indipendente! La quarantena ci ha insegnato che sì, i migliori amici dell’uomo sono i libri.

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