Non c’è mai stato forse momento peggiore per il mondo editoriale e la filiera del libro di questo che stiamo vivendo. Il lockdown ha interrotto le nostre vite eppure continuiamo a vivere seguendo una nuova, strana normalità, fatta di ore d’aria, mascherine e internet. Ciò ha portato a un aumento del consumo di cultura, dai film ai corsi di formazione… sino a libri, già proprio loro! Ma non poter vedere esposto sugli scaffali un nascituro di carta significa che la maggior parte dei lettori non verrà a sapere della sua esistenza e per questo mi sono presa a cuore Ragazzo divora universo di Trent Dalton, che HarperCollins mi ha gentilmente mandato in formato digitale: ragazzi, non facciamo rischiare la vita ai corrieri e ai postini, anch’io faccio fatica a leggere in digitale ma facciamo di necessità virtù e aiutiamoci l’un l’altro per evitare il contagio.

Fai fuori tu il tempo, prima che lui faccia fuori te.”

Ci insegna Arthur “Slim” Halliday, l’Houdini di Boggo Roads, ex carcerato della Terza Età che, come si suol dire, bagna al naso ai pivelli di provincia, non so se mi spiego. Fra un colpo di tosse rauca e una perla di saggezza da cella D10, fra il ricordo della cella d’isolamento e una citazione letteraria, Slim è il baby sitter e il primo maestro dei fratelli August ed Eli Bell, i protagonisti di questo romanzo di formazione (o d’amore, perché no?) ambientato appena fuori Brisbane. La loro è una famiglia un po’ più disfunzionale di altre che si sta esercitando e lavora sodo per diventare normale: August non parla dall’età di cinque anni fino a un quarto del libro, il patrigno Lyle spaccia eroina come lavoretto extra e la madre, la bellissima Frances, grande lettrice ed ex tossicodipendente, sembra Debbie Harry dei Blondie. Poi c’è un padre che torna e figure realistiche che paiono uscite dal cappello magico di un prestigiatore, dal boss Tytys Broz allo scagnozzo Iwan Krol… ma non esiste forse il bene anche nel male? E cosa segna la linea sottile fra l’uno e l’altro?

Trent Dalton tratta la sua materia, per altro in parte autobiografica, con amore e capacità, farcendola di citazioni di film, libri e musica e scegliendo un tono disilluso, disincantato e iperrealista (a volte, forse fin troppo) per dare voce alla comunità che vive di piccoli espedienti e non giudica una persona dalle sue amicizie e dai suoi affari, per quanto loschi, ma dalla lealtà e dalle sue parole. La rappresentazione di una società particolarissima e poco in vista, in un’Australia solitamente fatta di sole, biodiversità, grandi paesaggi e spiagge infuocate con surfisti biondissimi (Crocodile Dundee, per quanto gli sia affezionata, ha creato uno stereotipo molto tenace da abbattere), è a mio parere la grande ricchezza di questo romanzo.

Laddove prima soltanto Cane Blu di Louis de Bernières aveva raccontato con la voce di un dodicenne l’Australia dei venti così forti da spazzare le case, della sabbia che acceca gli sciocchi che non si riparano al più presto, degli uomini robusti e silenziosi che lavorano con la stessa forza dei giganti, Ragazzo divora universo mostra ai lettori di tutto il mondo che l’Australia non è il paradiso naturale che si immaginano: ex colonia di prigionia fino a non molti secoli fa, lontano da tutte le terre abitate, schiacciata da un clima che spesso risulta insostenibile, l’Australia paga il suo isolamento con l’isolamento sociale delle persone, chiuse in quei pochi chilometri di terra rossa circondata dall’oceano, per cui alla noia si sopperisce con la microcriminalità, con ideali pseudo-nazisti, con la rabbia, con la TV di pessima qualità. É nello specifico il messaggio che Darren tramanda all’amico Eli, parlando come uno spacciatore di lunga corsa e un attore bruciato dall’esperienza, a insegnare che il male non è male finché ci vivi dentro e che si può essere grandi anche in questo. Eli, con l’amore per sua madre e suo fratello e la scoperta di un nuovo tipo di amore, quello adolescenziale, scoprirà di volerne uscire diventando giornalista. E che si può amare anche il male prima che venga il bene.

Infine, un fattore molto interessante è quello della multiculturalità degli emigrati in Australia in tempi diversi: la famiglia vietnamita di Darren, che governano l’hinterland con cucina tradizionale ed eroina, i maori che hanno fatto della paura la loro arma migliore, ma soprattutto i genitori polacchi, scampati alla Shoah, di Lyle, che nell’Australia cercarono il modo di ricominciare.

Sostenete i libri anche in questo momento e leggete questo romanzo davanti alla finestra più illuminata che avete. C’è sempre spazio per immaginare il deserto.

Un abbraccio,

Betta La Talpa

P.S. Trovate il romanzo qui e qui. Per la serie #leggiamoacasa, IBS organizza un simpatico concorso legato al Premio Strega: promuoviamo la lettura, ci sta facendo sopravvivere.