Ebbene sì, sono cascata anch’io nella trappola escogitata da Andrzej Sapkowski. Ma giuro che non era mia intenzione, affatto. Ecco come è andata.

Leggevo sulla rete del lancio di una serie fantasy che avrebbe consolato gli orfani di Game of Thrones e che era tratta da un famoso videogioco, a sua volta tratto da una serie di libri di un anonimo scrittore polacco. Bene, dicevo tra me e me medesima, l’ennesima trovata pubblicitaria per rimpinguare le casse della Pay TV, dare due soldi alle case editrici che arrivano a fine mese sempre tirate per il collo e fare felici gli amanti del porno-soft fantasy. A che punto è giunto un così nobile genere! Passavano le settimane e il cast era completo: nel ruolo del protagonista, a me ancora sconosciuto, avevano piazzato il bello di turno, Henry Cavill, che per me era semplicemente Superman con una parrucca bianca. Successivamente, trailer con primi piani su Cavill da ogni angolazione e scene in cui Cavill saltava e roteava la spada con l’espressione “se mi morde un aspide, muore l’aspide”. Infine, conto alla rovescia.

Copertina del videogioco

Mentre tutto ciò accadeva, io mi trasferivo in Polonia. E mi ero quasi dimenticata di The Witcher e di Henry Cavill, finché la mia coinquilina siberiana mi disse di non vedere l’ora di guardare The Witcher, che sarebbe uscito su Netflix qualche giorno prima del mio ritorno in patria. Da una ragazza fine e giudiziosa come lei, mai mi sarei aspettata questo fanatico appoggio a un prodotto commerciale come Cavill precocemente incanutito che brandisce una spada, per cui le chiesi informazioni a riguardo. Mi parlò per una sera dell’ironia, dell’azione, dell’atmosfera… quando la serie TV arrivò, ci mettemmo a letto sotto le coperte per due pomeriggi, facendo le necessarie pause pipì e tè caldo. Mi si aprì un mondo. Ed ecco come, totalmente a caso e del tutto contro ogni mio volere, mi sono innamorata di The Witcher e di Andrzej Sapkowski.

Dalla serie TV venne ovviamente il primo libro, Il guardiano degli innocenti, edito come tutta la saga dalla casa editrice Nord. Parliamoci chiaro, sto parlando di intrattenimento e di certo non grido al capolavoro né al romanzo della generazione e del momento storico, ma comunque di un lavoro come non se ne vedevano da molti anni a questa parte, capace di fondere divertimento, una storia mai banale e raccontata con capacità e personaggi che non si riducano a stereotipi, come purtroppo i romanzi di genere ci stanno abituando. Lo stratagemma delle diverse linee temporali attraverso cui raccontare ogni personaggio è coinvolgente e ciascuno di loro è perfetto da ogni punto di vista: il primo libro è una raccolta di racconti che ci presentano i personaggi principali e l’ambientazione, ma anche l’atmosfera che si respira e il tono generale. Già, perché la vera ricchezza dei romanzi sono l’ironia, il sarcasmo e la semplicità di raccontare grandi cose come l’amore, la vendetta, l’odio, l’ambizione, nonché la caratterizzazione non precisa ma chiara in poche righe del Continente, il mondo in cui sono ambientate le nostre storie. Tutti elementi che peraltro vanno ricondotti alla vena polacca dell’autore.

Henry Cavill nei panni di Geralt di Rivia

Geralt di Rivia è uno strigo (dispregiativo del più corretto strego), che in virtù del commercio è diventato Witcher, perfetta traduzione inglese del polacco Wiedźmin: un essere umano geneticamente modificato da un estenuante addestramento sin da bambino, dall’uso di droghe, erbe ed elisir, creato per sconfiggere i mostri. Ma la sua palese diversità (capelli bianchi, pupille che si adattano da sole alla luce, forza e resistenza sovrumane, riflessi rapidi e asprezza delle emozioni) lo rende sospetto anche per chi lo assolda per i suoi servigi, per questo è un mercenario poco desiderato e di cui la gente preferisce fare a meno. Peccato che i mostri vengano sempre meno e che Geralt sia costretto al nomadismo pur di raccattare qualche soldo, soldi e mostri e la sua vita è tutta questa. Geralt però ha un suo codice personale che gli vieta di essere un mero mercenario: uccide i mostri solo se rappresentano un vero pericolo e se non sussiste nessuna alternativa, come curare gli effetti di malefici o trovare le cause della loro presenza (l’episodio della strige ne è un esempio) o salvaguardare una specie in via d’estinzione. Come spesso ripete, bisogna pensare al male minore.

L’interpretazione di Henry Cavill è magnetica, anche se ha reso Geralt meno cialtrone di quello che appare nei libri. L’attore, aiutato in primis da una bellezza estremamente virile e da una presenza scenica di tutto rispetto, è riuscito a incanalare nel suo aspetto scultoreo (nessuno ha notato che razza di avambracci ha quest’uomo?) la scarsa socievolezza, la brutalità eppure anche la dolcezza e la profonda malinconia dello sguardo dello strigo. Che dire, Superman ha superato la prova a pieni voti.

La saga di Geralt di Rivia ha riportato il fantasy alle sue origini, addirittura stravolgendo in chiave horror e parodistica le più famose fiabe europee (la principessa Renfri gioca con Cenerentola e Biancaneve, il cavaliere e la vampira rivedono La bella e la bestia), e proponendo nuovi personaggi credibili e perfettamente caratterizzati, tra cui vincono il bardo Ranuncolo, amabile pasticcione, la regina Calanthe di Cintra, superba e furba oltre ogni immaginazione, e naturalmente la maga Yennefer di Vengerberg, il grande amore dello strigo, resa feroce e ambiziosa da un passato di sofferenza e dolore quale quello di una figlia cadetta nata gobba.

Andrzej Sapkowski autografa la nuova edizione italiana dei suoi romanzi

È una bella avventura, quella in cui Geralt di Rivia ci ha invitati a seguirlo: e immagino ci sarete anche voi, con me, a giocare con mostri, magie, ballate da taverna e un po’ di soldi da spendere in guerra.

Toss a coin to you Witcher, oh valley of plenty

Betta La Talpa

P.S. Nel 2001 la televisione polacca girò un film dedicato a Geralt di Rivia, immagino sia ora un orgoglio nazionale.

P.P.S Potete trovare il primo libro e anche gli altri qui e qui.

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