Diario di qua, Diario di là, Diario di su, Diario di giù… sono il factotum della città!

Ah no, ho sbagliato opera lirica. Scusate.

In realtà, la famosa aria del Barbiere di Siviglia incarna bene il sentimento iniziale che nutrivo per questo libro. Il mio Instagram era pieno di immagini del Diario, me lo vedevo ovunque e non sapevo che cosa pensare al riguardo. Normalmente, sono abbastanza scettica verso la pubblicità. Finché non mi è arrivata la proposta direttamente via chat dal gentile autore: ma se te lo inviassi? Come no, così lo faccio diventare uno spam sui social network e tutti mi odieranno per questo.

Volete la verità? Il nostro autore non se ne avrà a male se racconto in edizione straordinaria questa storia. Fra apprendisti ci si supporta ed è bello collaborare, darsi una mano e supportarsi per crescere professionalmente: sarà anche l’età e la comune provenienza regionale (Gabriele ha un anno in più di me e siamo entrambi lombardi), ma entrambi non ci tiriamo indietro per realizzare i nostri sogni e ci piace lavorare duro per farlo, ecco perché è stato il mio primo cliente e io la sua prima editor. Fra momenti di entusiasmo pindarico suoi e cazziatoni miei su come si presenta un testo in lettura.

Innanzi tutto, una persona che usi ogni strumento in suo possesso e parli con tanto amore e tanta passione del proprio lavoro, per me è già un vincitore. Certo, il rischio del narcisismo e lo spettro della menzogna sono sempre in agguato, ma credere in se stessi un pochino fa bene a tutti. Gabriele ha sempre parlato dei suoi scritti con un affetto caloroso e contagioso, pur andando spesso contro i paletti, duri ma necessari, della realtà e di quella ondivaga dell’editoria: con questo, non voglio dire che non bisogna aspettarsi nulla dalle case editrici, ma che per farsi notare bisogna saperci fare e conoscere le regole del gioco. Prima fra tutte, la presentazione.

Personalmente, non sono una fan del self publishing, anche se può dare visibilità a chi fatica a catturare le attenzioni dei publisher. E l’autopubblicazione, Gabriele lo dimostra, porta gioie e dolori come tutto quanto: fare le cose a modo proprio, senza intermediari, in totale libertà, è meraviglioso; non sottoporre il proprio testo a esperti del settore quali i tizi orbi che stanno alle scrivanie equivale a vivere pericolosamente, dando in pasto ai lettori un prodotto in parte abbozzato, con refusi e frasi fatte.

Questo è l’esatto caso di Gabriele e del suo Diario, che quanto avrei voluto avere in mano prima che finisse distribuito nell’etere! Il contenuto, pur nella sua semplicità, è avvincente e il risultato è un libro estremamente scorrevole. Andrew è un broker di Londra, di famiglia agiata e tanto bravo nel suo mestiere da essere soprannominato Re Mida; sua moglie Phoebe è una ex attrice di straordinaria bellezza e, nonostante l’ottimo mantenimento del coniuge, ha una relazione ambigua (poi non più tale) con Finn, drammaturgo con la sindrome del Pigmalione. Un giorno, Andrew trova un misterioso diario appartenuto al padre, morto quando lui era un ragazzino, nel quale ritrova passato, presente e futuro della sua vita che pensava di avere del tutto sotto controllo. Ma niente è come sembra e ben presto i tre protagonisti finiranno invischiati in un vortice di bugie e sentimenti che li porterà a un finale davvero ben orchestrato.

Ora, in Finn ho rivisto molto Gabriele: innamorato della scrittura e delle sue creature, talvolta non vede i punti deboli e le ama da ogni angolazione. Ho letto molte recensioni su questo libro e mi permetto di dissentire su molti aspetti che nessuno ha affrontato, forse in quanti semplici lettori e non sotto le vesti dello psyco-editor e blogger. In primo luogo, lo stile è da rivedere non tanto perché abbia qualcosa di sbagliato, perché è la voce dell’autore e non può essere altro, ma come capita a molti esordienti pecca in ridondanza e banalizzazione laddove bisognerebbe lasciare parlare soltanto i personaggi e la situazione. Mi riferisco agli eccessivi commenti e ai continui spostamenti di prospettiva che tendono a ripetere o a esplicitare i già chiari pensieri e sentimenti dei personaggi. Leggendo, si sente tutta la passione dell’autore, ma è necessario lasciare libere le proprie storie perché, nel momento in cui vengono pubblicate, appartengono al mondo e il lettore sopporta molto, ma non di essere preso per fesso. In secondo luogo, i personaggi sono sia poco profondi sia abbastanza schizofrenici nelle scelte che fanno, dal momento che si passa da un focoso adulterio al tenero amore coniugale all’odio senza limite in quattro e quattr’otto, tanto che mi veniva da chiedermi cosa mi fossi persa da una riga all’altra. Phoebe, in particolare, mi ha sempre lasciato piuttosto sorpresa, pur essendo il cardine della storia. Non bisogna confondere il ritmo con la naturale velocità degli eventi e dell’animo umano. Infine, la verosimiglianza è importante, soprattutto quando si scrive un romanzo moderno ambientato nei nostri giorni in un luogo reale: al nostro autore piace la tragedia e trovare l’epica in ogni cosa, è sicuramente un aspetto positivo, ma a volte bisogna dosare. Negli ultimi capitoli, però, questa è stata la scelta migliore e il finale fa dimenticare tutte le criticità precedenti.

Insomma, con questo articolo voglio fare un grande in bocca al lupo a Gabriele e a chi, come lui, cerca di far sentire la propria voce in un mondo sommerso come il nostro.

Un abbraccio,

Betta La Talpa

P.S. Qui trovate il libro tutto da sfogliare o da leggere in digitale!

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