I viaggi di Sindbad

È dura la 536° notte per Shahrazād, ma non più di altre. Con la sua grande immaginazione e la sua straordinaria capacità di narratrice, ancora una volta spera (ma sappiamo che riesce, per fortuna) di arrivare alla mattina seguente senza che il sultano Shāhriyār la uccida: questa notte racconta al suo irascibile sposo le avventure di Sindbad il Marinaio.

Sindbad è un po’ come tutti gli avventurieri della letteratura di ogni dove: non riesce a stare fermo, se ne va a zonzo per i mari, vittima della sua smodata curiosità, rischia la vita continuamente ma finisce sempre per salvarsi la pelle ed essere pure ricchissimo: in lui si ritrovano Gulliver, Ulisse e Robinson Crusoe, insomma tutti i marinai e gli esploratori del nostro passato, mai stanchi di vivere e sopravvivere ai pericoli del loro mestiere.

Sì, perché le avventure di Sindbad partono da una situazione semplice e in un certo senso buonista: mentre il Marinaio, ormai uomo fatto, si gusta un lauto pranzo con la famiglia e gli amici, sotto le sue finestre zoppica e gattona Sindbad il Facchino, omonimo disgraziato che campa trasportando i bagagli altrui. Invidiando il ricco proprietario di quella casa, il Facchino canta la propria povertà, lamentandosi di come lui, che lavora tanto, sia nullatenente, mentre dall’altra parte un principe senza arte né parte mangia con i soldi dei contribuenti. Il Marinaio lo sente e lo manda a chiamare. Il Facchino teme per la sua vita, ma il Marinaio è un uomo di ingegno e di carattere: “Dici che sono immeritatamente ricco, eh? Ma lo sai come lo sono diventato?”. Al ritmo di un racconto al giorno, per sette giorni Sindbad il Marinaio narra la propria vita a Sindbad il Facchino, che riceve pure del denaro in carità.

E che vita! Erede di un piccolo impero mercantile, il giovane Sindbad gozzoviglia notte e giorno, fino a quando non scialacqua tutto il patrimonio del padre. Costretto a tirar su le maniche, si mette in attività come mercante e scopre quanto gli piaccia farlo. Inizia a viaggiare per espandere il commercio, da Baghdad fino all’India, ma ogni viaggio diventa una sfida al destino (“Ascolto e obbedisco” è la frase rituale di obbedienza a un re e a Dio). E così ci vogliono un pesce-isola, il gigantesco uccello rokh che vive in mezzo ai diamanti, cattivissimi uomini-scimmia e un gigante nerboruto che ha due occhi ma somiglia tutto a Polifemo, una tribù che butta i coniugi vedovi in un pozzo con i cadaveri (un po’ di horror non guasta mai), un semidio che si fa trasportare a cavalcioni e poi ti soffoca con le gambe, pirati cattivissimi e morti a profusione per insegnargli quella che è la morale della favola: un uomo, per essere felice, non può né essere irrequieto come il Marinaio né ignavo come il Facchino. Supera tutte le prove e i mostri annessi e connessi, diventerai più forte e sarai un principe.

Tutto qua. Perché la bellezza delle favole e delle antiche tradizioni letterarie è nella loro semplicità e nel loro saper divertire anche a millenni di distanza. Anche per questo, non smetterò mai di leggere racconti del folklore di ogni parte del mondo, perché da tutti e da ogni esperienza, anche apparentemente lontana, abbiamo solo da imparare. E poco importa se non siamo più bambini e se temiamo quel popolo che la TV mostra solo in un certo modo: la paura è nemica della saggezza.

Un saluto a tutti i Ciclopi e non,

Betta La Talpa

P.S. Si trovano molte edizioni delle avventure di Sindbad, anche pubblicate separatamente da Le mille e una notte. Io personalmente possiedo quella della RCS del <<Corriere della Sera>>, non bellissima ma comoda e funzionale. Altrimenti, c’è questa I viaggi di Sindbad

P.P.S. Per chi non avesse la minima idea di chi sia Sidbad e non volesse leggere le sue avventure, riceva la mia maledizione e almeno si guardi il cartone animato Sinbad – La leggenda dei sette mari (2003) della Dreamworks: non è fedelissimo, ma è molto divertente ed è doppiato da Brad Pitt, Catherine Zeta-Jones, Michelle Pfeiffer, Joseph Fiennes e Adriano Giannini. Piacevolissimo.

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