Lo chiamavano la Tigre

…corre il sangue nelle vene
grande vento
nella notte calda si alzera’

… Sandokaaaan, Sandokaaaan!

Avrete riconosciuto tutti il ruggito della Tigre della Malesia, vero? Se siete troppo giovani per averlo fatto, o troppo spocchiosi, andate a rivedere questa perla di Labua… è il caso di dirlo, davvero. Lo trovate qui: Sandokan Sigla Telefilm .

Come l’ho conosciuto? A tutti è capitata l’atroce tortura e la dolce gioia di essere abbandonati a casa dei nonni nei giorni estivi, perché la mamma e il papà lavoravano dalla mattina alla sera. Ecco, dopo Heidi e i cartoni animati più tragici, mi sono sorbita pure Sandokaaaan, Sandokaaaan. Una sigla, una leggenda.

Avevamo 6 anni, io e mia sorella, quando alla TV iniziarono a educare la nuova generazione con le gesta del più esotico protagonista della narrativa italiana: pirata malese, galante, dotato di un certo charme, ma soprattutto anglofobo. Ovviamente, per una versione un po’ meno edulcorata, più adatta ai nonni e ai genitori, nel pomeriggio venivano date le repliche della miniserie con protagonista Kabir Bedi.

Un uomo, una sicurezza, questo Kabir Bedi.  Inutile nasconderlo, è un mito ed è ancora oggi il volto ufficiale di Sandokan. Yanez de Gomera, con la sua barbetta da capra, non è niente a confronto, anche se la sua furberia portoghese lo rendeva adorabile (e aveva pure un macaco da compagnia!).

Bedi_in_la_tigre_è_ancora_viva

Mi duole dirlo, ma devo ammetterlo per onestà intellettuale, la lettura dei romanzi venne molto dopo, solo qualche anno fa. E mi si aprì un mondo che avevo solo visto di passaggio.

Innanzi tutto, ebbi il piacere di conoscere Emilio Salgari, un autore iper- prolifico che, dalla sua seggiola a Genova e a Torino, dove visse a lungo, documentandosi grazie alle biblioteche che raggiungeva in tram, riusciva ad approdare alle Antille e in India. Fu l’anti-Jules Verne eppure è il Verne italiano, in qualche modo. Amante dei viaggi e delle terre esotiche, oltre alle avventure del Re del Mare ha dedicato alcune avventure anche a un altro grandissimo della nostra letteratura novecentesca, il Corsaro Nero. E in effetti, in tutti loro c’è molto del più grande eroe creato da Verne, il principe indiano Dakar alias Capitano Nemo. Di cui sono profondamente innamorata.

Lo stile, in realtà, richiama molto di più quello di D’Annunzio, lento e totalmente immerso nella descrizione, soprattutto di paesaggi, costumi e scene al chiuso. Per questo, oggi non è più letto da nessuno sano di mente. Io li considero dei capolavori, a loro modo, e il nome di Emilio Salgari, in realtà, mi ha sempre colpito molto: chi sarebbe capace oggi, senza almeno Google Maps, di descrivere luoghi in cui non è mai stato? Ciò che scrisse, lo scrisse per amore delle sue storie in sé. Le ragioni economiche vi furono, certamente, ma ho sempre amato il pensiero di schiere di ragazzini (e di giovani donne) che, sul finire del XIX secolo e all’inizio del XX, si fiondavano nelle librerie per accaparrarsi l’ultima avventura del loro eroe: in fondo, i super eroi non sono niente a confronto di questi che sto citando ora.

E drammatico è il dietro le quinte di tutta questa produzione avventurosa, fra duelli ad armi da fuoco e principesse da salvare, onori da difendere e vendette da servire: la moglie di Salgari, Ida Peruzzi, finì in manicomio nel 1911 per squilibrio mentale e lui… beh, le immagini di lui al lavoro sono piuttosto note: libri da consultare, mappe e appunti sparsi ovunque, un bicchiere mezzo pieno e una bottiglia mezza vuota di marsala, sigarette che passavano fra le dita al ritmo di circa un centinaio al giorno, inchiostro che, oltre a macchiare le carte pulite, serviva a raccontare storie straordinarie per i suoi lettori. Vittima dell’editore Donath, cadde in un esaurimento nervoso per l’eccessiva mole di lavoro, per altro sproporzionato al compenso, e il 25 aprile 1911 si uccise con il rasoio, squarciandosi il ventre e la gola. I figli, Nadir, Fatima, Romero e Omar (che per poco tentò di proseguire il lavoro del padre) morirono dopo poco per tubercolosi, incidente e suicidio.

Personalmente, ho grande stima e rispetto per un uomo che ha dato tutto se stesso per raccontare a noi tutti storie straordinarie che ci hanno tenuti attaccati allo schermo e ai libri, portandoci molto lontano dai nostri salotti italiani medi e dandoci l’occasione di vivere grandiose avventure d’altri tempi.  E ho stima e rispetto per tutti coloro che combattono per la libertà, sia essa di qualcuno o di qualcosa. Forse, oggi avremmo meno bisogno degli Avengers e molto più di Sandokan.

Da Mompracem,

Betta La Talpa

P.S.

Le storie di Salgari non sono oggi facilmente rintracciabili, se non in versioni ridotte per ragazzi o nei mercatini dell’antiquariato. Nella mia libreria, per ora, possiedo le edizioni della Rizzoli, non di grande pregio ma buone per la lettura da viaggio. Sandokan alla riscossa

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